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Una giornata di Igor Kasjanovic

 

“…così scorre la vita sotto le ali…” 

Francesco de Gregori Pilota di guerra

Dall’album Terra di nessuno 1987

 

«Buona giornata Igor Kasjanovic!»

«Buon giorno a voi Tatiana Maximova, avete avvertito che l’aria è cambiata?»

«Sì, è proprio cambiata: mi sono svegliata ed ho sentito freddo. Sulle prime ho rimboccato le coperte ma il freddo mi ha impedito di riaddormentarmi: all’alba ero già sveglia.»

«Dagli Urali: viene dagli Urali» continuò Igor Kasjanovic annusando l’aria «quest’aria la conosco bene. Arriva a Mosca a settembre, ad ottobre si spande su tutta l’Ucraina ed a novembre si affaccia sul Mar Nero a Soci, Batum, Novorossijsk.»

«Si sente che avete girato tutta l’Unione, Igor Kasjanovic…»

«Tutta…proprio tutta no; mi mancano le steppe dell’Asia centrale: Samarcanda, Taskent, Alma Ata. Lì non sono mai stato.»

«Credo che accenderò la stufa: lo so che non è ancora inverno ma la accenderò lo stesso, perché ho freddo.»

«Accendetela, accendetela Tatiana Maximova, ma ricordate una cosa: aprile è lontano e la legna non basta mai!»

«Avete ragione Igor Kasjanovic, ma ho freddo…»

«Come volete…» aggiunse rientrando in casa. Le steppe dell’Asia Centrale…rimuginò mentre metteva al fuoco il caffè, le steppe dell’Asia Centrale…

No, non c’era mai stato e non ci sarebbe mai andato. L’Unione non esisteva più e non esisteva più nemmeno l’Asia Centrale, ma solo le repubbliche. Del resto non c’era nemmeno più Ivan, che l’Asia Centrale l’aveva vista, eccome se l’aveva vista…

Una fangosa Uaz avanzava lentamente nel pantano della strada, diretta verso il kolkoz 43; cioè, quello che era diventato il kolkoz 43 dopo la fine dell’Unione…tutto era cambiato…tutto meno le carote: sapevano sempre di terra e non erano dolci. Adesso però costavano venti copechi il mazzo, invece dei due di quando c’era ancora l’Unione.

Se non fosse stato per quel georgiano che lavorava laggiù, e che ogni tanto gli portava qualche mazzo di carote rubato, con la sua pensione non avrebbe nemmeno più potuto preparare la minestra di carote. Il georgiano doveva fare i soldi a dieci copechi il mazzo, ma tanto chi controllava…

La macchinetta del caffè si mise a gorgogliare per ridestarlo dai suoi pensieri. Ormai i pensieri non gli facevano quasi più paura e si sentiva di guardarli in faccia di giorno come di notte, nel caldo di luglio, nella neve di gennaio o durante rasputitza, la fanghiglia d’aprile no, non facevano più paura…

«Generale Kasjanovic» una voce lo ridestò.

«Venite, entrate Alexander Ivanovic, entrate: volete un po’ di caffè caldo?»

«Grazie generale: avete sentito l’aria?»

«Sì, sì, ho sentito, è il primo avvertimento: sta arrivando. Ancora quindici giorni e troveremo i cavoli gelati, duri come pietre! C’è posta?»

«Sì generale» il giovane posò la tazza del caffè e rovistò nella vecchia borsa di cuoio lisa e rattoppata «c’è questa, è per lei…»

«Quinto Corpo Aereo dell’Unione Sovietica, mm…chissà cosa vorranno da Mosca…» posò la lettera sulla credenza e tornò a sedersi accanto al postino.

«Come sta vostra moglie, Alexander Ivanovic?»

«Bene generale, bene. Adesso mancano solo due mesi e fa un po’ fatica a camminare, ma sta bene.»

«Quest’anno festeggerete il Natale in tre…»

«Eh sì, abbiamo già preparato la culla: la metteremo accanto a noi. Ho già spostato il letto sotto, nella stanza accanto alla cucina, vicino alla stufa, così non patirà freddo…»

«Buona idea, buona idea Alexander Ivanovic…» assentì pensieroso fra sé e sé.

«Continuo il mio giro generale, grazie per il caffè!»

«Salutatemi Irina Michailova, porgetele i miei auguri…»

«Non mancherò generale, non mancherò» il postino richiuse la porta alle sue spalle.

Per Natale…per Natale si sarebbero stretti nel letto per far posto a quel fagottino…avrebbero sì preparato la culla, ma sarebbe rimasta vuota: si sarebbero stretti nel letto per fargli posto fra loro e scaldarlo coi loro corpi. Lo sapeva, lo sapeva cosa succedeva quando arrivava un bambino sotto Natale, col gelo che ricama i vetri e quel cielo che sembra offrirti le stelle a portata di mano.

La casa di Irkutsk non era fredda, questo era vero. Ma lui e Olga si erano stretti lo stesso nel letto per far posto ad Ivan, per scaldarlo coi loro corpi, ed Ivan smetteva di piangere e si addormentava tranquillo, con la testa appoggiata al seno di Olga.

A dire il vero Ivan non aveva mai pianto molto, al confronto degli altri bambini…quel figlio non gli aveva proprio mai dato pensieri: non beveva nemmeno, solo un goccio per stare in compagnia…

Guardò la foto di Olga sul piano della credenza, incorniciata da quel ricamo in argento che ricordava i pizzi del gelo. Aveva smesso di parlarle, aveva smesso di parlare con la foto di Olga da tempo; adesso le parlava nella mente: chiudeva gli occhi e le parlava, così, come se gli fosse ancora accanto a preparare la minestra d’orzo e carote.

Le raccontava sempre tutto: quando trapiantava i cavoli si ricordava di lasciare spazio fra una piantina e l’altra come lei gli ricordava, altrimenti sarebbero cresciuti troppo vicini e si sarebbero soffocati l’un l’altro. Tutti abbiamo bisogno di spazio per crescere gli ricordava, altrimenti gli altri ci soffocano, ma non troppo distante rispondeva lui, altrimenti il vento dell’inverno si può incuneare fra noi e ghermirci.

Nemmeno il vento dell’inverno lo disturbava più e non tornava a Mosca che raramente, giusto per andare a trovare la sorella ed il cognato per le feste. Non si muoveva quasi più dalla piccola dacia che era diventata il suo mondo, anche se sapeva che oltre la cortina dei pini, all’orizzonte, si potevano già intravedere i primi palazzi della capitale.

Una fangosa Uaz si fermò proprio davanti alla sua dacia. «Salve generale» il viso scuro del georgiano, coi folti baffi neri, fece capolino dalla porta «servono patate generale? Cinque copechi, solo cinque copechi il chilo. Ne ho un sacco. Se lo vuole tutto glielo lascio per tre rubli.»

Per un attimo soppesò nella mente il mucchio di patate che aveva deposto amorevolmente nella paglia dentro un vecchio cassone di legno e stava per rifiutare quando pensò alla sorella a Mosca «Va bene, portalo dietro, nella rimessa». Si alzò, prese i tre rubli dal cassetto della credenza e seguì il georgiano sul retro della dacia: quello era un ladro, di carote e patate ma sempre un ladro, meglio non lasciarlo mai solo.

«Grazie generale» disse il georgiano infilando i rubli nel taschino di una vecchia divisa militare logora e bisunta «se avete bisogno di legna…»

«E dove la trovate?»

«Si trova, si trova…» aggiunse con uno sguardo torvo, rivolto all’infinito.

«Per ora non mi serve, ne ho ancora dall’anno scorso…e poi, col freddo, può darsi che vada qualche tempo a Mosca, da mia sorella…»

«A Mosca non c’è niente generale, meglio rimanere qui che da mangiare si trova sempre qualcosa!» rispose mentre s’infilava al posto di guida. Igor lo osservò accendere il motore e bere una sorsata di liquido chiaro da una bottiglia.

Il georgiano era una risorsa per la piccola tribù di pensionati che vivevano in quelle povere dacie di legno: un ladro era la loro principale risorsa, l’unica certezza di mangiare tutti i giorni con la misera pensione e gli scarsi prodotti dell’orto.

Un tempo, un tizio come il georgiano l’avrebbero spedito dritto dritto a stendere binari sulla transiberiana, in qualche campo di lavoro, mentre oggi era quasi un’autorità: commerciava in tutto, dalla legna alla vodka e, quando c’era da andare a Mosca per qualche impegno burocratico, si trasformava in taxista e stipava vecchie imbacuccate nel vano bagagli della sferragliante Uaz, insieme a stie di polli e sacchi di patate.

A Mosca andava mal volentieri. Non gli piaceva più girare per le vie della capitale da quando erano ingombre di mendicanti e vetrine dove, con la sua pensione di ex militare, non poteva comprare nulla.

«Dammi un copeco, un solo copeco…» chiedevano vecchi con barbe ispide e giovani precocemente invecchiati dal freddo e dalla vodka: umanità che passavano in silenzio nella storia e che finivano una notte d’inverno sotto un ponte, rigidi come polli surgelati.

Non gli piaceva nemmeno osservare i ricchi che si muovevano protetti dalle guardie del corpo, robusti ex militari dai capelli rasati a zero ed il rigonfiamento della pistola al fianco. Non era più la Mosca ordinata di un tempo e, anche se qualche volta rimaneva ipnotizzato nell’osservare il passo cadenzato della ronda intorno al Cremlino, si svegliava presto dal sogno ed affrettava il passo.

Cosa volevano dal comando del Quinto Corpo Aereo dell’Unione Sovietica…chissà se continuavano a chiamarlo a quel modo perché, ad essere sinceri, quelli della sua generazione l’Unione avevano servito e non la nuova Russia, oppure perché non c’erano soldi per comprare delle buste nuove…

Era l’invito a partecipare alle cerimonie per l’anniversario della Rivoluzione. Chissà se era il comando ad inviarle agli ex militari, con l’appoggio del Partito Comunista, oppure il Partito stesso che si serviva delle associazioni d’arma? Chissà…

Ripose la missiva nel cassetto della credenza, insieme alle ricevute della pensione: non aveva nessuna voglia di andare a Mosca per sfilare, in uniforme, in mezzo agli sguardi frettolosi ed indifferenti di chi li osservava come dinosauri fuggiti dal museo di paleontologia.

Non c’era nessuno da incontrare a Mosca e per salutare la sorella ed il cognato, stare qualche giorno con loro e fare qualche acquisto non aveva certo bisogno di trascinarsi appresso l’uniforme, le medaglie, la sciabola e quei ricordi che non aveva nessun desiderio di risvegliare.

«Volete un po’ di frittata Igor Kasjanovic?» la voce della vicina lo trasse da quei pensieri.

«Grazie, entrate Tatiana Maximova…ho preparato una zuppa di verdura, ne volete un po’?»

«L’ho preparata anch’io, grazie, poi ho fatto questa bella frittata ma se la mangio tutta il mio fegato protesta.»

«E non potete conservarla per domani?»

«Voi sareste capace di resistere fino a domani ad una frittata con le erbe?»

Igor rise «Accomodatevi, accettate almeno un piatto di minestra…»

«No, vi ringrazio, ma ho già mangiato. Se volete però vi faccio un po’ di compagnia e dopo potremo bere il caffè assieme…»

«Certamente Tatiana Maximova, sedete qui accanto a me.»

«Si sta al caldo qui da voi Igor Kasjanovic, anche se non avete acceso la stufa…»

«Ho sistemato dei pannelli di polistirolo sotto il tetto ed ho chiuso bene tutte le fessure: il clima è veramente cambiato.»

«Se il mio figliolo avesse tempo di venire a sistemare un po’ la dacia…invece vengono sempre di corsa, da Mosca, prendono cavoli, rape e carote e scappano subito in città…»

«Se è per questo non è necessario che aspettiate vostro figlio: posso occuparmi io stesso di rattoppare le fessure delle tavole, il problema è trovare il materiale…»

«Davvero mi fareste questo piacere?»

«Certo, per quello che ho da fare tutto il giorno…ma il materiale…»

«Domani venite a dare uno sguardo nella rimessa del mio povero marito: ci sono un sacco di cianfrusaglie, attrezzi, magari vi possono tornare utili…»

«Verrò domani, verrò a vedere.»

«Eh, finché c’era il povero Piotr non dovevo preoccuparmi di queste cose. Dopo una vita trascorsa in fabbrica sapeva far di tutto, il falegname, il carpentiere, tutto: persino le scarpe sapeva riparare il mio povero Piotr…»

«Dove lavorava vostro marito?»

«Alle acciaierie Lenin, appena fuori Mosca. Tutta la vita ha lavorato alle acciaierie: quando tornò dalla guerra entrò subito alle acciaierie e ci rimase fino alla pensione…»

«Vostro marito partì in guerra?»

«Tre anni, tre lunghi anni. Dal fronte del Don, subito dopo la ritirata, fino alla Polonia; poi fu ferito e tornò: poco dopo anche la guerra finì, ci sposammo ed iniziammo veramente a vivere. Prima della guerra eravamo ragazzi, coi nostri sogni, le nostre paure…dopo fu un’altra cosa. Fu il periodo migliore Igor Kasjanovic, non vi pare?»

«Furono bei tempi, avete ragione. Io entrai in accademia proprio nel 1946, a 19 anni; per pochi mesi non partii in guerra ma fui richiamato nella milizia territoriale: ispezionavamo giorno e notte i binari della linea per Leningrado. Dicevano che c’erano sabotatori nazisti e lituani da tutte le parti: io, a parte qualche raro capriolo, non vidi mai nulla cui valesse la pena di sparare!» i due risero.

«Avete avuto una lunga carriera Igor Kasjanovic, una bella carriera» aggiunse la donna mentre sorseggiava il caffè.

«Sì, sotto questo aspetto sono stato fortunato. Mi selezionarono per l’aviazione grazie ai miei 10/10 di vista: ricordo ancora gli sguardi invidiosi degli altri cadetti…l’aviazione…a quel tempo era considerata il vertice della piramide…forse perché si andava in cielo…» risero nuovamente.

«Avete volato molto?» «Se il mio certificato non sbaglia ho volato più di 4700 ore: per un pilota in tempo di pace sono molte…»

«Devo scappare Igor Kasjanovic» disse la donna alzandosi repentinamente «a ricordare i tempi passati mi sono scordata della stufa, e poi devo ancora dare da mangiare alle galline…»

«Non vi trattengo Tatiana Maximova, altrimenti non potrò più assaggiare le vostre frittate!»

La donna uscì, e mentre si avvicinava alla sua dacia capì che aveva scelto il momento giusto per andarsene. Non voleva sapere di più della carriera di Igor Kasjanovic, perché la carriera del generale s’intrecciava con quella di un altro Kasjanovic, Ivan, e di tristezze le bastavano le sue.

Anche Igor Kasjanovic fu felice che il discorso si fosse troncato a quel punto. Già aveva rischiato di finire nei ricordi la mattina, con quel discorso dell’Asia Centrale, ed ora aveva avvertito nuovamente il rischio che qualcuno s’intromettesse nei suoi pensieri, nei suoi ricordi.

Aveva imparato, quasi fosse un sortilegio, che non doveva toccare con altri quegli argomenti, pena la depressione e l’angoscia. Olga ed Ivan erano stati il suo mondo e tali dovevano restare. Nel suo cuore c’era posto per entrambi, ma nel suo cuore, non negli occhi o nella mente.

Così, solo, poteva ricordare ormai con dolcezza, forse condita con un po’ di malinconia, ma nient’altro.

La grande fotografia appesa al muro gli rammentò la storica visita di Gagarin al suo reparto: la foto, il pranzo, il ricevimento durante il quale tutti avevano potuto avvicinarlo, stringere la mano al loro eroe.

Perché per loro Yuri Gagarin non era l’uomo che aveva portato l’Unione negli spazi siderali, ma il pilota che aveva trovato il coraggio di lanciarsi da una navicella in orbita con solo una tuta, una bombola d’ossigeno ed il paracadute, per far credere agli americani che l’Unione aveva conquistato saldamente lo spazio.

Invece non era vero; nello spazio sapevano come andarci ma non come tornare, ed allora serviva il coraggio dei Gagarin: ricordava ancora l’espressione di quell’uomo schivo e taciturno, che sorrideva solo quando raccontava come avevano beffato gli americani.

Ma quel piccolo uomo non era solo un concentrato di coraggio. Anni dopo, quando il suo Mig ebbe un’avaria, piuttosto di abbandonarlo col rischio che cadesse sulle case preferì rischiare, ed immolò la sua vita.

Due settimane dopo la foto con Gagarin giunsero i gradi di maggiore e la nuova sede di servizio: Irkutsk, all’est, sulla via di Vladijvostok. Era diventato istruttore, e bisognava addestrare i piloti vietnamiti che combattevano gli americani in quel lontano paese.

Com’erano coraggiosi quei ragazzi…se chiudeva gli occhi li trovava ancora schierati sul campo, prima che suonasse l’adunata, pronti a salire sui loro vecchi Mig-17 senza radar né missili, ansiosi di duellare con un cannoncino e due mitragliatrici alari contro i Phantom americani.

A volte si chiedeva se qualcuno di quei visi era invecchiato, oppure se si erano infilati a mille chilometri l’ora nelle acque paludose di un fiume o nella jungla. Si chiamavano tutti allo stesso modo…Tang, Tieu, Minh, Tong, Song…tutti piccoli e saltellanti: pareva stessero già volando quando si avvicinavano agli aerei sulla pista.

Il suo sogno però non si era mai avverato. Il tenente Ivan Kasjanovic aveva ricevuto l’addestramento in Bielorussia, nei pressi di Minsk, perché suo figlio era stato destinato ai nuovi cacciabombardieri Sukhoi-25, quelli progettati e costruiti per l’Afghanistan. Non era riuscito a volare nemmeno una volta insieme al tenente Kasjanovic, non era mai accaduto.

«Generale, generale Kasjanovic!» una voce gli fece percorrere in un lampo vent’anni.

«Generale Kasjanovic, vi servono delle frasche per l’orto?» Uscì.

«Ah, siete voi Vladimir Danilovic…entrate…»

«Non posso generale, ho portato un po’ di frasche di granturco…se vi servono per l’orto…»

«Eh diamine, lasciate fuori il carretto e venite a bere un goccio di vodka con me!»

«Grazie generale, ma solo cinque minuti, perché volevo portarne un po’ anche a Valentina Ivanovna, la vedova di Sacha Maximovic, quella della dacia in fondo…»

«Va bene, va bene Vladimir Danilovic, ma l’inverno aspetterà cinque minuti, il tempo di bere un bicchiere assieme…»

L’uomo posò le natiche solo a metà sulla sedia «Ieri ho raccolto il granturco: lo scorso anno mi toccò raccoglierlo col gelo e metà era da buttare…quest’anno non voglio farmi fregare una seconda volta…»

«C’è tempo, c’è ancora tempo Vladimir Danilovic per il gelo…vedrete che prima di un paio di settimane il generale inverno non si farà vivo…»

«Come siete sicuro Igor Kasjanovic: ricordo ancora che in questa stagione dovevamo sempre stare attenti agli scambi, rallentare prima dello scambio perché se era gelato il comando che azionavamo dal locomotore non funzionava. Sapeste le volte che siamo dovuti tornare indietro per azionare lo scambio a mano, a colpi di mazza!»

«Ogni viaggio doveva essere un’avventura Vladimir Danilovic, proprio un’avventura…»

«Dieci giorni, dieci giorni ci mettevamo coi treni merci per andare da Mosca a Vladijvostok. Dieci giorni in mezzo a foreste sconfinate…ah, la taiga, la taiga generale ha un odore inconfondibile, qualcosa a metà fra il muschio e i funghi…qualche volta ci fermavamo a raccoglierli…erano lì, a portata di mano. Bastava dover sostare su un binario morto, mezzora o poco più, il tempo di lasciar transitare un treno passeggeri e tornavamo coi funghi. Li tagliavamo a fette e li posavamo sulla caldaia, bei tempi generale…»

Bevvero in silenzio un fondo di bicchiere di vodka. «Ora devo proprio scappare generale, vi lascio un fascio di frasche accanto al cancello; vi serviranno per le insalate: vedrete che con le frasche riuscirete a conservarle anche sotto la neve…»

«Non so come ringraziarvi Vladimir Danilovic…cosa posso offrirvi?»

«Nulla generale, nulla: d’altronde ne ho una catasta, e per scaldarsi valgono veramente poco…»

«Allora grazie Vladimir Danilovic, e se durante i vostri giri sentite il desiderio di una sosta e di un bicchiere di vodka bussate pure alla mia porta, sarò sempre felice di fare quattro chiacchiere con voi!»

«Grazie generale, ma adesso scappo: voglio terminare il giro prima che faccia buio.» l’uomo uscì e si allontanò lentamente sulla via fangosa, trascinandosi appresso un carrettino costruito con tubi di ferro saldati e due ruote di bicicletta.

Chissà quanti Vladimir Danilovic aveva incrociato nella sua vita senza saperlo…sorvolando quell’oceano verde d’estate e bianco d’inverno ogni tanto s’intravedeva un pennacchio bianco di vapori. A volte avevano anche simulato l’attacco a qualche ignaro Vladimir Danilovic, picchiando sul lungo treno e simulando lo sgancio delle bombe mentre lo sorvolavano. I vietnamiti facevano sempre un baccano d’inferno nella radio dopo quegli attacchi simulati e gli toccava richiamare all’ordine quei ragazzi di vent’anni, quella scolaresca che si portava in cielo tutti i giorni. Meno male che non portavano mai bombe sotto le ali in quelle esercitazioni, altrimenti chissà quanti Vladimir Danilovic si sarebbero spaventati e nascosti invece di arrostire i funghi sulla caldaia della vaporiera!

Anche suo figlio aveva volato sulla taiga, ne era certo, perché le taiga è dappertutto, anche in Bielorussia su, verso l’Artico.

Anche Ivan aveva dovuto scegliere se colmarsi gli occhi di verde, abbassando la prua dell’aereo, oppure catapultarsi nel blu tirando la cloche, ed era certo che l’aveva fatto, oh sì, chissà quante volte l’aveva fatto…

In Afghanistan non c’era niente di verde, solo pietre e l’ocra della terra, così gli aveva scritto in una lettera. Anche il campo era fra le pietre, ed appena usciti dal cemento della pista bisognava prestare attenzione ai serpenti, alle mine ed alle fucilate, perché laggiù anche le rocce potevano portare fucili.

Per tutta la vita aveva studiato la guerra, le tattiche, i mezzi, e non aveva mai sganciato una bomba su niente di diverso da una catasta di tronchi od una roccia per bersaglio. Ad Ivan era toccato. Chissà cos’aveva pensato sganciando le sue bombe su qualche accampamento, oppure seminando di razzi una colonna di uomini in fuga. Chissà cosa si prova. Lui non lo sapeva, Ivan sì. Era lo stesso Ivan che sapeva calciare le punizioni a rasentare la traversa, nella squadra della scuola di Irkutsk, quella maglia bianca col numero 11 che correva dall’altra parte del campo con la palla incollata al piede. Lui lo sapeva, lo avevano obbligato a conoscere, a sapere. Non gli aveva mai chiesto niente, nelle lettere o al telefono, e neppure se l’avesse incontrato gli avrebbe chiesto niente…tanto l’occasione non era arrivata…

Era arrivata solo la lettera, la lettera dal comando. Di Ivan nulla. L’aereo era esploso con due tonnellate di carburante ed esplosivi in un lampo. In quel lampo Ivan era scomparso in cielo, nulla era tornato alla terra.

Per un po’ erano vissuti in silenzio. In un film erano passati i compagni di Ivan, gli amici, Irina Tatianovna con il fazzoletto bianco stretto in pugno di fronte alla grande fotografia listata a lutto, l’onorificenza, il generale Zuriakov che non sapeva trovare le parole, alla fine solo silenzio.

Ma la notte Olga si agitava e sognava, si girava nel letto e non trovava il tenero viso di latte di Ivan. Lui si alzava ed accendeva la televisione: così aveva seguito l’agonia dell’Unione, nel salotto con una sedia vuota accanto.

Poi Olga aveva deciso di smetterla di sognare e di avere incubi. Il dottore le aveva dato delle pastiglie, le pillole per dimenticare, ma il suo corpo non sapeva dimenticare ed aveva prodotto qualcosa sotto lo stomaco, qualcosa per ricordare.

Quando seppellirono Olga faceva freddo ed il terreno era gelato: la casa era vuota e la vodka una pessima amica, Igor lo sapeva. La dacia era fredda quando ci tornò la prima volta, era primavera ma faceva ancora freddo.

Le paure non sanno prendere il treno, forse quella fu la sua salvezza: non riuscirono mai a salire in carrozza, a seguirlo fino a quel viottolo in aperta campagna. I ricordi no, quelli salgono in aereo e sanno volare anche appesi a un aquilone, ma i ricordi non feriscono se non vuoi farti ferire: solo ti accompagnano, discreti, solinghi.

Una grande luna rossa stava attraversando il vetro della porta e, man mano che saliva, perdeva la colte sanguigna per diventare sempre più brillante. Un cane abbaiava lontano: forse alla luna, forse a una cagna, forse a se stesso.

Terzo classificato al concorso letterario nazionale "Les Nouvelles" - 2002 -, bandito da Prospektiva Editrice e pubblicato sull'omonima rivista letteraria.