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Memorie scomode

 

Spesso mi sono chiesto quale poteva essere il ruolo della generazione di mezzo, quella che ha sentito raccontare le vicende della guerra partigiana pur essendo nata dopo la guerra. Generazione di mezzo perché sospesa fra i protagonisti di quelle vicende e le attuali giovani generazioni: ragazze e ragazzi che sentono quelle vicende così lontane quasi quanto noi avvertiamo le guerre napoleoniche.

È ormai indubbio che, fra poco tempo, celebrazioni come il 25 aprile perderanno il loro valore di memoria e forse, com’è avvenuto per il 4 novembre, può darsi che fra qualche decennio il 25 aprile del 1945 sarà solo ricordato da qualche sbiadito servizio televisivo a tarda ora.

Non so se è conveniente (e forse anche giusto) continuare a rinvangare quelle tristi vicende (come alcune fazioni non smettono tuttora di fare), giacché si aggiunge solo confusione ed incertezza al dolore ed alla rabbia. La rapida pacificazione, dopo la guerra, fu necessaria per sgombrare il campo dai reciproci odi ed iniziare il cammino della ricostruzione: oggi, a più di mezzo secolo, ha ancora senso tormentare quei poveri morti con un revisionismo storico che ha solo sapore di rivalsa?

La memoria storica è invece altra cosa: è il vaccino che può difenderci da infezioni mortali, anche se si presentano con la veste accattivante del moralismo, dell’ordine, dei valori democratici.

Se l’attuale trend demografico non cambierà, intorno alla metà del secolo XXI l’Italia sarà popolata da circa 40 milioni d’italiani, vale a dire da 40 milioni d’individui di razza italica. È superfluo ricordare che l’Italia, con questo trend demografico, sparirà dal novero delle nazioni che trainano lo sviluppo mondiale: andrà in pensione, come gran parte dei suoi abitanti.

Quali saranno i termini di questa “pensione” oggi non ci è dato saperlo, però sappiamo una cosa: i flussi migratori sono inarrestabili, come i vasi comunicanti.

Se oggi, in un paese che è stato per due secoli serbatoio d’emigrazione, non si riesce a comprendere le necessità ed i bisogni di chi arriva senza possedere nulla, significa una sola cosa: abbiamo smarrito la memoria storica del migrare.

E se, parallelamente, smarrissimo la memoria della guerra? Della guerra vera, di qualunque tipo: non della sua immagine mediatica sterilizzata nei servizi televisivi, ma di quella cosa fatta di sangue, dolore, odi e privazioni, che ne sarà delle giovani generazioni?

Tornando al quesito che ho posto all’inizio, non posso che rispondermi in un solo modo: trasferire, tramandare, ricordare. Già, ma come?

Uno scrittore non ha altro mezzo che la carta per comunicare: se sa farlo, è giusto che lo faccia, giacché se conosciamo la vita bestiale dei contadini siciliani dell’Ottocento lo dobbiamo in gran parte al Verga, se desideriamo conoscere la cronaca di ciò che fu l’emigrazione possiamo trovarla nelle pagine di De Amicis, Gli emigranti, libro poco conosciuto giacché un mieloso Cuore gli ha rubato il proscenio.

E che dire della guerra? Come potremmo capire l’immane macello della Prima Guerra Mondiale senza Lussu e Remarque?

Meglio scrivere. Meglio.

*     *     *

Era una sera di marzo, forse l’inizio, ma il ricordo è confuso: flash della memoria dipingono i viali di una Torino ancora ammantata dall’ovatta invernale, gli alberi scarni, le luci delle auto nel buio del tardo pomeriggio.

Forse era sabato; la domenica mattina era l’unico giorno nel quale mio padre poteva dormire un po’ di più: la conquista del sabato festivo doveva ancora arrivare in quell’Italia che tardava a scrollarsi di dosso i residui della guerra.

Forse per voltare una pagina di passato iniziava, in primavera, la stagione di “Torino Esposizioni”: una serie di saloni con stand di vendita d’ogni tipo. Il re dei saloni era, ovviamente, quello dell’auto, la cui recente scomparsa porta a voltare l’ennesima carta in una città relegata ormai ai margini dell’Italia che conta, una capitale dimenticata, con i suoi castelli, palazzi della politica e blasoni industriali e editoriali che lentamente scivolano nel passato, diventano solo più storia.

Allora avevo una decina d’anni, il 1960 o giù di lì, e quel pomeriggio mio padre aveva deciso di portarmi a vedere il Salone del Campeggio; non che si fosse degli habitué dei saloni: mio padre cercava solo in una tenda l’alternativa economica alle vacanze nella vecchia casa di campagna.

L’atmosfera del salone strideva col mondo che ci circondava: luci, colori, spazi enormi e lo spirito, che aleggiava fra gli stand, che tutto era ormai a portata di mano, anche per quelle meno curate degli operai; a casa ci attendevano la stufa a legna e mia madre che ancora lavava i panni a mano.

Mio padre sapeva bene che un acquisto azzardato avrebbe condotto a piantare la tenda nell’orto della casa di campagna, giacché quel che c’era c’era, e bisognava pensare anche alle gomme nuove per la millecento, al viaggio fino a Jesolo, ai soldi per mangiare e per qualche gelato.

Finalmente trovò quel che cercava ed iniziò a trattare col commerciante, come avrebbe trattato per la legna in autunno o per le patate da semenza in primavera.

Finalmente vidi, mentre sognavo di sguazzare finalmente nell’acqua di mare invece che in quella torbida del lago di Viverone, la stretta di mano conclusiva: affare fatto, e la tenda sarebbe arrivata a casa col corriere.

«Già che c’ero ho comprato anche un tavolino pieghevole con quattro sedie e una lampada a gas…la mamma aveva detto che ci potevamo arrangiare con le sedie di legno pieghevoli che sono in fienile, quelle da picnic della zia…ma tanto vale…»

Ma sì, tanto vale; a trentaquattro anni mio padre voleva voltare pagina e portare la famiglia in vacanza come si deve, senza le vecchie sedie della zia per far percepire che eravamo dei poveracci: per lui non era poco, considerando il poco dal quale era partito.

«Facciamo ancora un giro?» Ma sì, “Guardare e non toccare è una cosa da imparare” recita il proverbio e lui, quella sera, aveva già toccato fin troppo.

«Poi andiamo al Monte dei Cappuccini e mangiamo i panini con la milanese che ha preparato la mamma. Ti piace la bistecca impanata?» Certo che mi piaceva la bistecca impanata, ed anche il panorama dai Cappuccini, con le mille luci tremolanti e le scritte FIAT mi piaceva, mi affascinava, e poi ero contento di trascorrere un pomeriggio con il mio papà.

Giravamo, giravamo nelle corsie fra uno stand e l’altro, ammirando tutto ciò che potevano permettersi quelli che se lo potevano permettere: in un angolo del grande edificio di Torino Esposizioni rimanemmo a lungo ad osservare una barca a vela che pareva un transatlantico, tanto che ci consumai un’intera gomma da masticare prima di andarcene.

Ci avviammo verso l’uscita con un percorso a zig zag fra gli stand, a farci rapire da mille curiosità che ormai non potevano più che incuriosirci e basta: un assegno con due zeri, a quel tempo, ti emozionava come un goal della nazionale.

Tende, roulotte, carrelli tenda, barche, sedie pieghevoli d’ogni tipo e fattura, colori sgargianti come se ne vedevano solo nei film di fantascienza, dove tutto era uno sfarfallio di luci colorate e pareva Natale tutti i giorni.

Chissà se era un incrocio fatato quello fra il venditore di frigoriferi da campeggio ed il dirimpettaio che proponeva roulotte grandi come casette; forse sì, era uno di quei posti dove lo spazio e il tempo s’incrociano, s’accavallano, si torcono fino a confonderti sulla direzione da seguire.

«Primo!» udii chiamare da mio padre con tono potente ma venato da una striatura di dubbio. «Oscar!» rispose un uomo ben vestito accompagnato da una signora con colletto di pelliccia.

I due si allontanarono e, nel bel mezzo dell’incrocio, si abbracciarono e scoppiarono a piangere.

Io e la signora rimanemmo in disparte, un po’ timorosi ed un po’ stupiti: soprattutto, non capivamo un accidente.

Andammo a sederci al bar e così potei bermi un’aranciata San Pellegrino tutta mia, non birra e gazzosa a metà come faceva sempre papà. La signora era bella ma si vedeva che non era una mamma: le mamme si sentono subito, anche se i figli sono degli altri.

Un vecchio amico, un vecchio amico dei tempi andati che s’era trasferito da Biella a Torino da molti anni e che non vedeva da tempo. Che bello scherzo quel crocicchio! Forse avrei potuto incontrare Enrico, il mio amico delle elementari che era andato a vivere a Milano con la famiglia e che non avrei più rivisto! Ma, se mio padre aveva incontrato il suo amico Primo…

Il ritorno a Biella avvenne nel buio dell’autostrada Torino-Milano, una serata limpida e senza nebbia. Papà magnificava l’acquisto della tenda «Vedrai» diceva mentre io aspettavo il prossimo cartello chilometrico «vedrai che vacanze faremo…altro che il bagno a Viverone…là, a Jesolo, c’è una spiaggia così grande che potrebbe atterrarci un aeroplano.» «Ma gli aeroplani non possono atterrare sulla sabbia…» «Ma io dicevo così, per dire…»

«Ma quel tuo amico, quello che hai incontrato…» «Il Primo?» «Sì, lui, anche lui è già stato al mare a Jesolo?» «No…non lo so…era dalla fine della guerra che non lo vedevo più…anzi, non era nemmeno finita…»

«Poi non vi siete più visti?» «No, lui è andato a lavorare a Torino, alla Fiat, ed io sono rimasto a Biella…» «E quella signora, è sua moglie?» «Sì, certo…» «E non hanno bambini?» «No, non hanno ancora avuto figli…» «E perché?» «Ma come faccio a saperlo? Te l’ho detto: l’ultima volta che ho visto Primo stavamo scappando, fuggendo dai tedeschi perché c’era il coprifuoco.» Sapevo cos’era il coprifuoco: era che tutti dovevano stare in casa dopo Carosello, come i bambini che devono filare a letto.

«Non me lo avevi mica detto…e perché scappavi col coprifuoco?» «Perché avevamo fatto tardi al bar e i tedeschi ci avevano visto, ma noi siamo scappati come lepri…» I tedeschi sono sempre stupidi; li avevo osservati nei film di guerra: bastava un solo soldato americano col mitra e ne faceva fuori a dozzine, poi tutti gli altri si arrendevano con le mani alzate sopra quel loro buffo elmetto col bordo.

Venne il casello. Un casello può diventare un avvenimento importante, quasi come il crocevia fra due stand di una fiera mercato. Al casello si paga, si tira giù il finestrino ed entra l’aria fredda: l’aria gelida ti vola intorno nell’abitacolo della millecento e con quella calda che esce se ne vanno anche i pensieri, i discorsi.

«Haller alla Juventus?» «Vedrai che il prossimo anno non giocherà più nel Bologna ma verrà alla Juve, vedrai se non è vero…» «Ma figurati: e a te chi te lo ha detto?» «Non ci credi? Vedrai…»

Il tempo e le storie sono come una cipolla: se smetti di sbucciarla perché ti lacrimano gli occhi, perdi il filo dei pensieri e il sugo aspetta.

Per quella sera la cipolla terminò lì: dovevano passare molti, molti anni per continuare a sbucciarla, anni nei quali altri morti ammazzati sarebbero rimasti all’angolo dei marciapiedi. Morti rossi e morti neri. Morti di nessuno nelle stazioni sventrate, morti spappolati a diecimila metri di quota, ancora morti di vendette, rapine, persino per errori di persona. Tanti, tanti morti senza un apparente perché.

Le generazioni passano. I nonni se ne sono andati ed ora, nella casa di campagna, ci sono altri pensionati: mio padre e mia madre. Io sono diventato a mia volta padre, un papà che raggranella i soldi per portare i figli a vedere Roma o Venezia, qualcosa di reale, non la solita fiction della televisione o di Internet.

Ormai la fabbrica e lontana e nemmeno sbirciando dagli anni della pensione si riesce a scorgerla; la fabbrica, del resto, non esiste nemmeno più: è diventata un posto dove vendono vasi di plastica per i fiori.

Nelle vacanze riusciamo a stare qualche giorno insieme, perché abito lontano, ma nelle vacanze si riesce qualche volta a tornare un po’ quello che si era: un po’ di più e un po’ di meno di quello che si è.

Non c’è molto da fare nella casa di campagna; la vigna è scomparsa già da decenni e l’orto è diventato piccino: insalata, pomodori, carote, prezzemolo e poco più, ma si riesce sempre ad ingannare il tempo con l’annaffiatoio in mano.

Però la sera c’è tempo, c’è anche il tempo di riaprire i vecchi album delle foto per godersi i visi sbiaditi dal tempo: il cavallo a dondolo di quel Natale…la pianta di prugne che papà scuoteva ed io rimanevo a terra ad aspettare la mitragliata di prugnette dure come sassolini, i nonni, le zie lontane e vicine…

Anche gli animali saltano nuovamente fuori e tornano a vivere, per un attimo, in un lontano guaito o in una carezza sul collo, poi tornano nella memoria della pagina precedente.

Nell’album delle foto lo spazio ed il tempo tornano a mescolarsi, come fra gli stand di Torino Esposizioni ed ai caselli della Torino-Milano: tutto è racchiuso, compresso fra le pagine grigio neutro.

Ad un certo punto sbucano tre giovani in maniche di camicia bianca e pantaloni larghi, tre sorrisi in una posa in bianco e nero.

«Quello lì, quello alla mia sinistra…l’hai capito chi sono io vero?» «Sì» non ammetto di averci messo un po’ ma adesso l’ho individuato «Chi è quello lì?» «È il Primo, te lo ricordi? Quello che abbiamo incontrato al Salone del Campeggio…» sembra ieri, sono passati quarant’anni. «È lui, proprio lui…qui, dunque…qui siamo senz’altro al Ferragosto Andornese, vedi? I pini, quelli alti, ci sono ancora: la strada è più larga e lì, a destra, adesso c’è un distributore…è proprio lui, il Primo Maggio.»

Per un momento credo d’aver inteso male «Ma non avevi detto che eravate al Ferragosto Andornese?» «Sì, te l’ho detto: vedi la strada che va su, verso Sagliano Micca…» «Ma cosa c’entra il Primo Maggio?» «Il Primo Maggio? Ma no, Primo Maggio è lui: Primo di nome e Maggio di cognome…»

Di gente che chiamava i figli Lenin o Benito ce n’era, ed oggi ci sono gli Ernesto e i Fidel, ma di Primo Maggio non ne avevo mai sentito uno.

«Suo padre era comunista, uno di quelli convinti…e così lo chiamò Primo, Primo Maggio.»

«Deve essersela passata male sotto il Fascismo…» «Eh sì, tanto bene non se l’è passata: d’altronde, non potevano obbligarti a cambiare il nome. E poi: eravamo ragazzi…»

«E l’altro chi è?»

«Eh, l’altro…l’altro era il Piero, Piero De Ambrogio, abitava in Vernato in via Villani, ti ricordi? Proprio all’angolo di via Quintino Sella, dove abitavamo noi…»

Rapida immersione nella toponomastica biellese ed appare un angolo di una via. Anch’io mi ricordo di quella via e di quell’angolo: al piano terreno abitava una bambina magra dallo sguardo dolce, e quando andavo a prendere il pane la osservavo studiare sotto la luce fioca di una lampadina, col libro appoggiato sul tavolo della cucina.

Passa e ripassa, ogni giorno mi piaceva sempre di più: dopo poche settimane n’ero perdutamente innamorato e passavo e ripassavo sempre da quell’angolo. Fantasticavo di passeggiare con lei, mano nella mano, nei sentieri fra i campi di granturco e sdraiarci sull’erba per ascoltare il richiamo del cuculo. Durò parecchi mesi e fu il mio primo, grande amore: ovviamente, lei non seppe né s’accorse mai di nulla.

«Dicevi?» (il primo amore non si scorda mai).

«Sì, abitava proprio dietro l’angolo di via Villani…»

«Perché dici “abitava”?» Ormai era un argomento da trattare con le molle: ogni volta che andavo a trovarli mi attendeva la solita lista «Te lo ricordi il tale? È morto.»

«Il Piero è morto che la guerra era appena finita…non mi ricordo se era ancora il ’45 o era già il ’46…era inverno…no, era già il ’46 perché a Natale ero ancora riuscito a fargli gli auguri, a casa sua: ormai non si muoveva più dal letto…»

«Una malattia?»

«No, quelli della “Muti[2]”…ci avevano inseguito che era appena suonato il coprifuoco. Siamo arrivati fin sotto il portone di casa, di casa nostra, te la ricordi la casa di via Quintino Sella?» «Papà, ci siamo vissuti fino ai miei quattordici anni…»

«Eravamo arrivati e li avevamo seminati. Io ho detto agli altri “Non andate a casa: fermatevi a dormire qui da me, che tanto in qualche modo ci arrangiamo” Primo era d’accordo ma Piero diceva “Ma no, cosa vuoi che sia: saranno sì e no cinquanta metri, svolto l’angolo e sono a casa…” “Allora lo accompagno un pezzo” continuò Primo “tanto è sulla mia strada, poi proseguo fino a casa. Ciao” Scomparvero nella notte: Piero l’ho visto a casa, nel letto, dopo mesi d’ospedale. Primo quella sera, a Torino.»

«Ma cosa…cosa successe?»

«Credevamo di averli seminati. Erano dei bastardi quelli della “Muti”, di bastardi come quelli ne ho visti pochi…»

«Ma erano solo cinquanta metri…non potevano fermarsi a dormire da te?»

Mio padre scosse la testa «Si erano appostati proprio all’angolo di via Villani per aspettarci: fu un caso se mi salvai, perché non potevano sapere che abitavo in quel breve tratto di via, prima dell’incrocio…»

«E gli altri, allora…»

«Io non mi sono accorto di niente: ho chiuso il portone e sono filato su, a casa. Loro, appena hanno svoltato l’angolo, se li sono trovati davanti…»

«Ma non hai sentito gli spari?»

«Gli spari?» mio padre scosse la testa e si passò una mano fra i capelli, fino alla nuca «Lo hanno ammazzato a bastonate, con i calci dei moschetti…non lo hanno ammazzato…lo hanno lasciato lì e se ne sono andati. Quando tutto tornò tranquillo la famiglia scese a prenderlo e, per qualche tempo, lo curarono in casa ma sai, a quei tempi…»

Ero pietrificato. A calci: ma si può uccidere un ragazzo di 19 anni a calci?

«Dopo la liberazione lo hanno subito ricoverato in ospedale ma ormai…» mio padre scosse la testa.

«E…e Primo?» chiesi timidamente.

Mio padre sospirò. «Cosa poteva fare? Scappò, scappò a Torino e ci restò: per quella ragione non l’ho più rivisto…»

«Riuscì a fuggire?»

«Presumibilmente, mentre si accanivano su Piero, scappò veloce giù per via Quintino Sella…era tutto buio, c’era l’oscuramento…probabilmente s’infilò in qualche cancello, in un orto, chissà dove, e fece perdere le sue tracce.»

«Te lo raccontò quella sera a Torino?»

Vidi una lacrima rigare il volto di mio padre «No, quella sera, quando ci abbracciammo, continuava solo a ripetermi: «Iu capì ca lu masavu, iu capilu Oscar, ma iu poudu féje gnente, gnente[3]…» e piangeva.

 

 

Vincitore ex-aequo del concorso nazionale Eco-grafie 2004, bandito dalla casa editrice Di Salvo di Napoli e pubblicato nell’antologia “Eco-grafie 2004” (2004).

 


 

[2] Muti: nome di una divisione dell’esercito repubblichino di Salò, che combatté prevalentemente contro i partigiani. Vi militò l’ex Ministro per gli Italiani all’Estero, Mirko Tremaglia.

[3] “Ho capito che lo ammazzavano, l’ho capito Oscar, ma non ho potuto farci niente, niente…”