Le torri dei profughi

 

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Sono da poco passate le tre del pomeriggio e sto imbottigliando il vino. Barbera, Dolcetto, bottiglie, tappi, damigiane vuote e piene. Una voce: la mamma dice di venire a vedere la televisione. Mannaggia, anche la televisione doveva rompersi...

No, non è così, la televisione bisognava “guardarla” non perché fosse rotta, ma perché c’era qualcosa da vedere.

Una torre già brucia. All’improvviso spunta una sagoma nera, un aereo, non capisco, sulle prime, se si tratta di un aereo civile o militare: virata a bassa quota sulla sinistra, l’ala destra si alza verso il cielo e la prua affonda nel ventre molle del grattacielo: colpito.

Poi la sequela dei TG, le commemorazioni, le grida di dolore e di vendetta, l’incredulità, la paura.

Eppure non era così difficile da immaginare; oh vero, poteva essere un treno, un traforo, una basilica, una metropolitana, esplosivo, armi chimiche od addirittura atomiche ma il senso non cambia: prima o dopo potevamo aspettarcelo.

La ragione? Semplice: i profughi.

Chi non è un profugo, oggi, settembre 2001, alzi la mano.

Anche i tromboni di regime, quelli che si sperticano dalle colonne dei quotidiani ad enunciare le ragioni della guerra, della punizione, vendetta o comunque la si voglia chiamare, sono solo poveri profughi.

Non si è solo profughi da una terra, lo si è anche da un credo, un’ideologia, un sistema di pensiero.

E qui allora voglio proprio vedere chi ha il coraggio di non dichiararsi profugo: oh certo, qualcuno ci sarà pure, ma è soltanto qualcuno che non ne ha coscienza, che non se n’è accorto.

“Da oggi in poi nulla sarà più uguale!” Vero. Ma prima, prima dei botti contro le torri, c’era ancora qualcosa che era “uguale”? Ed uguale a che cosa?

Sì, forse per i profughi “doc”, quelli dei campi di raccolta, dai confini del Pakistan alle favelas brasiliane, quel giorno era uguale a molti giorni, mesi ed anni prima: un giorno di ordinaria miseria.

E per gli altri?

Per quelli che profughi pensano di non essere, solo perché stappano una bottiglia di Coca-cola o di Barolo tutti i giorni, qualcosa “non era più come prima”?

È una pia illusione quella di non essere profughi, è un intero pianeta ad essere profugo da se stesso, dalle proprie prigioni ideologiche che ideologiche sono rimaste appunto, e non idee sono diventate.

I profughi più evidenti sono all’est, nella sterminata Russia che URSS non è più, con i suoi generali con la stella rossa sul cappello giacché non ci sono i soldi per cambiare milioni di berretti, e forse perché si a paura a strappare quella stella rossa, visto che non si saprebbe con cosa sostituirla.

Ci sono poi i profughi con gli occhi a mandorla, un miliardo e rotti di cinesi, comunisti nel dire e iper-capitalisti nel fare, con una dirigenza, un politburo del partito che investe favolose fortune personali sulla piazza finanziaria di Hong-Kong.

Viaggiando sul cammino del sole ecco il Sol Levante, profugo dei suoi Mishima e kamikaze, incapace persino di salire al santuario di Yakusuni, il loro altare della Patria, senza suscitare le ire dei vicini coreani, birmani, vietnamiti e, soprattutto, cinesi.

È grande l’Oceano Pacifico, a Magellano dovette sembrare infinito, eppure una terra c’è, dopo quaranta giorni di pallone aerostatico. Le coste del Cile, del Perù: altri profughi di un’identità perduta nelle nebbie della globalizzazione: indios, spagnoli, toltechi, olmechi, portoghesi, inglesi, inca?

Su tutto le multinazionali della droga e del terrore, il terrorismo degli squadroni della morte, dei campi bruciati con i diserbanti per sradicare la coca, per finire così a scavare con le mani, nel miracolo liberista, carbone per un dollaro il giorno.

Ma anche a nord, nel “Grande Satana”, legioni di profughi. Profughi da una cultura mai nata, misero, insignificante embrione appena tracciato da una manciata di poeti fra gli anni '30 e gli anni '60: macinati come carne di scarto dall’edonismo reaganiano, dall’imperativo dei consumi ad ogni costo, dagli indici telematici di Wall Street, dal leitmotiv cantato in mille salse degli USA über alles.

Non c’è posto per chi abbia ancora pensiero, lucida analisi dell’oggi e del domani; i parametri dell’economia dettano la loro legge: indice dei consumi, dei gradimenti, delle aspettative, della produzione, degli investimenti, Dow Jones non ammette Lee Masters, Nasdaq cancella Kerouac.

Allora profughi, profughi del consumo ad ogni costo, del viaggio non più delle coscienze e delle idee ma della continua ricerca di felicità nelle bolle di sapone delle pubblicità televisive, fino a salire su un volo che ti deve portare sulle spiagge del surf californiane, squali permettendo, ed invece il tuffo si conclude con uno schianto a quattrocento all’ora contro una parete di vetro ed acciaio, in un lampo di coscienza che forse la morte regala.

Alla cloche un terminator dai nervi umani, cresciuto fra i mullah e la piscina in Florida, Internet e Corano: mistero della psiche, cocktail esplosivo di culture e pulsioni globalizzate nello schianto.

L’uovo primordiale però, la madre di tutte le pulsioni possiamo trovarlo solo saltando a piè pari l’Atlantico, fino a gettarci da qualche parte nell’Africa nera sbiancata dall’AIDS o in quella bianca e mussulmana, resa nera di rabbia da decenni di umiliazioni.

Anche qui poveri, miseri profughi; nipoti perduti di Ben Gurion e Nasser, acerrimi nemici ma propugnatori di veri kibbutz e socialismo pan-arabo: pie illusioni forse, ma sufficienti a non cadere nel tranello della Torah e del Corano letti come un fumetto di Topolino.

E noi? Noi europei ancora non nati, custodi della storia e della tradizione dell’umanità, da Seneca a Sartre, da Galileo ad Eistein? Custodi, ormai solo più custodi giacché, posto che possa essere chiamata umanità ed umanesimo ciò che ha partorito colonialismo e stermini di massa, conquiste nel nome di un Dio e macelli in nome del capitale, cosa rimane nella bisaccia?

Non abbiamo più merce di scambio, perline colorate e cosce femminili inguainate da offrire a nessuno, tanto meno un libro, una proposta, un’idea.

Parliamo di vendetta, scrutiamo l’orizzonte, contiamo le azioni, scorriamo i listini, prepariamo le navi, accendiamo i motori. Per andare dove? Per proporre che? Per difendere che cosa che non sia già morto e sepolto in questa ragnatela di vuoti a perdere ed aerei da prendere che chiamiamo Europa?

Le ragioni della nostra guerra. Trovatele.

Vincitore del premio "Fantascienza del disastro" - 2002 -, indetto da "Il Foglio Letterario" di Piombino. Pubblicato da Malatempora www.malatempora.com  (Roma) nell' Antologia "Oltre il reale".